Virgilio

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ENEIDE

L’Eneide (in latino Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (più precisamente tra il 29 a.C. e il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, principe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città, che viaggiò fino all’Italia diventando il progenitore del popolo romano. Alla morte del poeta il poema, scritto in esametri dattilici e composto da dodici libri, rimase privo di revisioni e di ritocchi ultimi dell’autore; perciò nel suo testamento Virgilio fece richiesta di farlo bruciare, nel caso non fosse riuscito a completarlo, ma Ottaviano decise di tenerlo lo stesso e pubblicarlo così com’era stato lasciato. I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all’Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall’esito vittorioso, dei Troiani - alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e i Greci provenienti dall’Arcadia - contro i Rutuli e i loro alleati, tra cui altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci.

Le isole Eolie vengono ricordate più volte in questo famoso poema epico, fra queste citiamo i versi del libro primo e del libro ottavo che ci sembrano più significativi.

LIBRO PRIMO
Nel libro primo Virgilio narra il famoso mito di Eolo, re dei venti, che li custodisce tenendoli rinchiusi in un otre all’interno del cratere dello Stromboli.
L’eroe troiano Enea, esule dalla città di Troia, tenta di raggiungere il Lazio con una flotta di venti navi, per fondarvi una nuova città, nonostante l’opposizione di Giunone. Per sette anni i profughi veleggiarono nel Tirreno, al largo della Sicilia, quando Giunone li vede. La dea, al colmo dell’ira, si reca in Eolia, patria dei Venti, dal re Eolo per chiedergli di scatenare una tempesta.
Il verso “luctantes ventos tempestatesque sonoras” è citato anche da Alexandre Dumas padre nel suo diario di viaggio alle Eolie.

Talia flammato secum Dea corde voluntans,
Nimborum in patriam, loca feta furentibus austris,
Eoliam venit. Hic vasto rex Eolus antro
Luctantes ventos tempestatesque sonoras
Imperio premit, ac vinclis et carcere frenat.
Illi indignantes magno cum murmure montis
Circum claustra fremunt

Ciò in cor suo la dea (Giunone) meditando ancora,
giunse in Eolia, di procelle e d’austri
E de le furie lor patria feconda.
Eolo è suo re c’ivi in un antro immenso
Le sonore tempeste e i tempestosi
Venti, sì com’è d’uopo, affrena e regge.
Eglino impetuosi e ribellanti
Tal fra loro fanno e per quei chiostri un fremito,
Che ne trema la terra e n’urla il monte.”

LIBRO OTTAVO

Il libro ottavo contiene una famosa descrizione dell’isola di Vulcano, la fucina mitologica dove l’omonimo dio forgiava i metalli, fra i quali lo scudo istoriato con scene della futura storia di Roma che Venere consegna ad Enea per proteggersi durante la battaglia contro Turno, re dei Rutuli.

Insula sicanium iuxta latus, aeoliamque
erigitur Liparen, fumantibus ardua saxis:
Quam subter specus, et Cyclopum esesa caminis
antra aetnaea tonant, validique incudibus ictus
auditi referunt gemitum, striduntque cavernis
Stricturae Chalybum, et fornacibus ignis anhelat:
Vulcani domus, et vulcania nomine tellus.
Hoc tunc ignipotens caelo descendit ab alto.”

“Giace tra la Sicilia da l’un canto,
e Lipari da l’altro un’isoletta
ch’alpestra ed alta esce de l’onde, e fuma.
Ha sotto una spelonca, e grotte intorno,
che di feri Ciclopi antri e fucine
son da’lor fochi affumicati e rosi,
Il picchiar de l’incudi e de’ martelli
ch’entro si sente, lo stridor de’ ferri,
il fremer e ‘l bollir de’ le sue fiamme
e de le sue fornaci, d’Etna in guisa
intonar s’ode ed anelar si vede.
Questa è la casa, ove qua giù s’adopra
Vulcano, onde da lui Volcania è detta:
e qui per l’armi fabbricar discese.”