.
IL SORRISO DELL’IGNOTO MARINAIO
Oscar Mondadori, 1997
“Viaggio in mare di Enrico Pirajno barone di Mandralisca da Lipari a Cefalù con la tavoletta del ritratto d’ignoto d’Antonello recuperata da un riquadro dello stipo della bottega dello speziale Carnevale. Il ritratto risulta un poco stroppiato per due graffi a croce proprio sul pizzo delle labbra sorridenti del personaggio effigiato. Dice la gente di Lipari che la figlia dello speziale, Catena, ancora nubile alla bell’età di venticinque anni, irritata (era un giorno di cupo scirocco) dal sorriso insopportabile di quell’uomo, gli inferse due colpi col punteruolo d’agave che teneva per i buchi sul lino teso del telaio da ricamo…”
Questo l’incipit che funge da antefatto de “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, il romanzo di Vincenzo Consolo che prende spunto da questo episodio ambientato a Lipari - e relativo ad un famoso dipinto di Antonello da Messina oggi custodito nel museo Mandralisca di Cefalù – per riportarci indietro al tempo della Sicilia ottocentesca durante una sommossa contadina, scatenatasi in un piccolo paese all’arrivo delle truppe garibaldine. Protagonista del romanzo è il barone Enrico Pirajno di Mandralisca - personaggio realmente esistito, studioso di malacologia e collezionista d’arte sposato ad una donna di Lipari - che viene coinvolto suo malgrado nelle vicende storiche che lo circondano alle quali partecipa attivamente, a differenza dei principali esponenti della nobiltà del suo tempo. Il romanzo non è di facile lettura per via del linguaggio erudito, a tratti più simile a un poema o a un testo teatrale che alla prosa, e richiede un certo impegno al lettore inesperto, che sarà però ripagato dalle splendide descrizioni eoliane e non.
L’autore:
Vincenzo Consolo è uno scrittore di origine siciliana, vive e lavora a Milano da oltre 40 anni ed è considerato uno tra i maggiori narratori italiani di questo ultimo trentennio. Ha vinto molti premi letterari, tra i quali il premio Strega nel 1992 con il romanzo “Nottetempo, casa per casa”. Gentilmente ha accettato di rispondere alle nostre domande.
INTERVISTA A VINCENZO CONSOLO
a cura di Clara Raimondi
Milano, 7 marzo 2009
1. Il dipinto di Antonello da Messina che ha ispirato il suo romanzo rappresenta un personaggio dall’aria sagace, enigmatica e quasi beffarda che ricorda la Gioconda di Leonardo: come mai l’ha colpita questo dipinto?
Successivamente ho avuto un incontro con uno storico d’arte, Roberto Longhi, che sosteneva che è impossibile che questo fosse un marinaio perché Antonello non faceva quadri di genere, faceva solo quadri su commissione e si faceva ben pagare, e quindi non è possibile che il ritratto fosse di un marinaio.
A distanza di anni, mi ha scritto il professor Paolo Mangiante, discendente dell’omonimo notaio Mangiante che nel 1479 aveva stilato il testamento di Antonello da Messina. Antonello era stato a Lipari per dipingere dei gonfaloni e, probabilmente, mentre era lì, un proprietario di barche potrebbe avergli commissionato questo ritratto. Allora i proprietari di barche erano anche marinai, si imbarcavano anche loro, quindi non è escluso che potesse essere anche marinaio oltrechè proprietario.
2. Perchè ha deciso di ambientare l’inizio del suo romanzo nell’isola di Lipari?
Io sapevo che il barone di Mandralisca aveva “sottratto” il ritratto all’isola di Lipari, l’aveva trovato nello sportello di una farmacia che io nel romanzo chiamo Carnevale, poi ho scoperto - perché mi è stato detto da uno degli eredi - che il farmacista si chiamava in realtà Maggiore. Mi meraviglio che non siano stati effettuati degli studi più approfonditi su questo argomento. Il barone di Mandralisca aveva una moglie di Lipari – la baronessa Parisi – e quindi molti oggetti li ha presi qui, soprattutto oggetti antichi come vasi etc ma credo che il suo acquisto più importante sia stato questo “Ritratto di ignoto”. Il viaggio compiuto dal ritratto da Lipari a Cefalù per me diventa una metafora: il ritratto viene sottratto dal mondo della natura quale può essere un’isola e attraverso questo movimento dal mare alla terra viene catapultato in un contesto storico, la città di Cefalù.
Volevo aggiungere che l’idea dei cavatori di pomice e della silicosi l’ho avuta dal racconto di mio cognato che per un periodo ha fatto il vicepretore e ha assistito all’autopsia di un cavatore di pomice e lui mi ha raccontato che era veramente stupito del rumore che faceva il bisturi sui polmoni, sembrava che incidesse una pietra pomice perchè nei polmoni si formava una specie di corazza. La malattia è stata scoperta da un medico di Lipari che si chiama Perri (per sapere di più sulla silicosi leggi l’articolo di G. Barresi, NdR).
3. Oltre al dipinto di Antonello, ci sono altri motivi che l’hanno spinta a scrivere questo romanzo?
Oltre allo spunto del dipinto di Antonello, c’è una motivazione storico-sociologica che si può riassumere nel concetto di presa di coscienza da parte della nobiltà siciliana dei problemi che vivevano i contadini del tempo. Il barone di Mandralisca sulla nave/veliero che lo sta riportando a Cefalù incontra un rivoluzionario risorgimentale travestito da marinaio, che è Giovanni Interdonato. Lui ha sotto braccio il ritratto di Antonello; durante il viaggio sente tossire uno dei viaggiatori, lui assiste a questa scena e vede che è un minatore, un cavatore di pomice afflitto dalla malattia di allora che era la silicosi e quindi l’Interdonato, mascherato da marinaio (da qui il titolo del romanzo “dell’ignoto marinaio”), gli fa prendere coscienza della realtà di questo operaio accompagnato dalla moglie che andava alla Madonna del Tindari a chiedere il miracolo. Il Mandralisca, tornando a Cefalù, organizza una serata in casa per mostrare a tutti gli amici questo suo acquisto. Per i suoi studi di malacologia casualmente approda ad Alcàra Li Fusi, dove è testimone oculare della rivolta dei contadini e della strage che i contadini compiono nei confronti dei civili che li sfruttavano. Sono episodi del Risorgimento siciliano: sedata la rivolta di Alcàra, alcuni sono andati a Bronte dove è avvenuta un’altra famosa rivolta di cui parla il Verga nella novella “Libertà”. Il senso del libro è questo: Mandralisca era un nobile chiuso nella sua torre d’avorio, nei suoi studi di malacologia, ma ad un certo punto si trova di fronte una realtà tragica e, uomo coscienziale qual è, si pone delle domande e vuole capire perché questi contadini sono arrivati a tanta ferocia, quali sono i motivi che li hanno spinti a tanto. Il rivoluzionario Interdonato era ministro quando Garibaldi proclamò la prodittatura a Salemi dopo lo sbarco a Marsala, ma poi, quando il Risorgimento prese un’altra piega ( era partito come rivoluzione sia politica che sociale secondo i principi mazziniani, ma poi Garibaldi capì che la rivoluzione siciliana non si sarebbe potuta compiere), Interdonato si dimise e divenne magistrato al tribunale di Messina, lì dovette giudicare i sopravvissuti della rivolta di Alcàra. E’ in questo contesto che il Mandralisca scrive a Interdonato la famosa “memoria” in cui cerca di capire le ragioni dell’ estrema violenza a cui possono arrivare i contadini.
C’è un segno importante che ho reso in forma di metafora: il ritratto di Antonello da Messina ha degli sfregi proprio sulle labbra, che ho attribuito a Catena, la fidanzata di Interdonato, la quale era un’intellettuale che aveva letto gli illuministi francesi e napoletani quindi aspettava il momento del risorgimento che ritardava e, indispettita, sfregia il quadro. Per me questo sfregio è una metafora in quanto il sorriso ironico possono permetterselo solo le persone che hanno delle sicurezze economiche e culturali, quindi Catena vuole andare al di là di questa ironia per capire quelli che non possono sorridere perché non hanno queste sicurezze, come i contadini.
C’è anche il superamento del linguaggio logico-comunicativo per sondare i linguaggi popolari, più ricchi di quelli della comunicazione colta.
4. Il protagonista del suo romanzo, il barone di Mandralisca, è molto diverso dal principe di Salina, protagonista de “Il Gattopardo”: in cosa si discostano principalmente i due personaggi?
C’è stato il fenomeno del Gattopardo con la sua eco planetaria del principe di Salina (romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa n.d.r.), e il mio romanzo è stato subito chiamato l’”anti-Gattopardo” o il “Gattopardo di sinistra”. Questo perché sostenevo che quando il Principe di Salina rifiuta di diventare senatore del Governo Italiano dice “noi fummo i leoni e gattopardi, dopo di noi verranno le iene e gli sciacalletti”, questi ultimi erano i mafiosi gabbelloti. Qui però il Principe di Salina è un po’ ipocrita perché nei latifondi i campieri portavano ai nobili i profitti che erano frutto dello sfruttamento dei braccianti e dei contadini, ignorando volutamente il fenomeno della mafia nei latifondi. Il Principe di Salina poi aveva una concezione meccanicistica della storia: sosteneva che le classi sociali nascono, si evolvono, arrivano al massimo della raffinatezza e poi tramontano come le stelle in cielo che nascono, si lluminano e poi decadono. Io trovo inaccettabile questa concezione meccanicistica della storia: noi siamo i responsabili della storia. Questa concezione meccanicistica è speculare alla concezione fatalistica di Verga, cioè di non credere nella storia: Verga credeva al fato invece Lampedusa crede in un meccanicismo.
5. Il suo romanzo non fu pubblicato immediatamente ma ha avuto un lungo processo di gestazione, cosa è successo?
Vede quel ritratto lì? E’ fatto da Guttuso che l’ha ripreso da quello di Antonello da Messina ma rovesciato e ci ha messo dietro il mare. La faccenda è andata così. Ad un certo punto ero sollecitato dal direttore dell’Ora di Palermo che voleva che io tornassi in Sicilia, ero collaboratore esterno ma lui voleva che entrassi in redazione, era il 1975.
“Che cosa ci stai a fare a Milano? Tu hai il dovere di tornare e dirigere le pagine culturali del giornale…” C’era stato il referendum sul divorzio e altri progressi, Guttuso e Sciascia si erano presentati al Comune di Palermo come consiglieri comunali, c’erano molte speranze. Io sono andato a lavorare in redazione, poi sono stato mandato a Trapani a seguire un processo in Corte d’Assise. Mia moglie era rimasta qui a Milano. Un giorno va a trovare un bancarellaio (tale Manusé) dietro l’abside della chiesa di San Fedele, la chiesa di Manzoni, che aveva l’aspirazione di diventare editore e chiese a mia moglie: “Suo marito ha qualcosa di scritto? Io vorrei pubblicare un libro, sa, di quelli numerati con un’ incisione” e mia moglie “Sì, si sta scrivendo ma adesso se n’è tornato in Sicilia e io sono molto preoccupata” “Me li può dare?” “Sì glieli do, però non dica niente, di nascosto, mi raccomando” “Va bene…” Allora Manusé ha stampato questo libro, Sciascia ha fatto fare a Guttuso a Palermo l’incisione: quando poi il libro è uscito in edizione numerata con quest’incisione di Guttuso,
Corrado Stajano ha scritto un articolo sul Giorno dicendo delle cose magnifiche sull’attacco del libro (erano i primi due capitoli) e io ho avuto molte lettere e telefonate da parte di molti editori e quindi a quel punto dovevo decidere se continuare a fare il giornalista o tornare a fare lo scrittore. Intanto mia moglie mi aveva raggiunto in Sicilia. Poi siamo tornati insieme e ho continuato a scrivere il romanzo. Ho scelto fra tutti gli editori Einaudi, che allora era quello più importante per me. Poi dopo la pubblicazione del libro, sono diventato collaboratore della casa editrice ai tempi in cui c’era Calvino, Norberto Bobbio, Primo Levi e tanti altri. Bei tempi, irripetibili: io ero addetto alla letteratura italiana. Leggevo io il dattiloscritto che arrivava in casa editrice, dovevo fare la relazione, se io approvavo, passava a Calvino e dopo, se Calvino approvava, passava a Natalia Ginzburg. C’era questa triangolazione; oggi non è più così tutto è televisione.
6. Alle Eolie lei ha ambientato il capitolo di un altro suo romanzo, l’ “Olivo e l’olivastro” che contiene alcune componenti autobiografiche, qual è il suo personale rapporto con le isole Eolie?
Quasimodo le chiama “Le isole dolci del Dio” e le guarda dal Tindari nella bellissima lirica intitolata “Vento a Tindari”. Per noi siciliani dell’isola grande, queste isole che avevamo di fronte, soprattutto per noi che abitavamo sulla costa settentrionale, erano delle isole da una parte fantasmatiche perché apparivano e sparivano a seconda del tempo, le nebbie o le calure estive, a volte sembravano vicinissime e dalla zona dove io abitavo si vedeva finanche il faro di Vulcano.
Però era un mondo “a parte” per noi perché quelle erano le isole dei coatti e poi anche dei confinati politici. Quando la mia sorellina andò a Lipari e incontrò il suo fidanzato, io l’andai a prendere al molo di Milazzo poi l’accompagnai a casa in treno, perché le signorine da sole non viaggiavano, lei in treno mi raccontò questo suo incontro e mi disse tutta felice che poi questo ragazzo sarebbe venuto a casa con suo padre per chiedere la mano come si usava allora. Io le dissi “vedrai papà cosa dirà…”. Infatti la sera a cena lei disse: “Sai papà ho incontrato un giovane, ci siamo parlati e mi ha detto che verrà a chiederti la mia mano.” Mio padre, che era molto rigoroso soprattutto con le figlie femmine, disse “E io ti ho mandato a Lipari per cercare un fidanzato?”. Poi si sono sposati nel ’60. Allora ero studente a Barcellona e quando potevo andavo da mia sorella e scoprii questo Paradiso che sono le isole Eolie. Quando avevo tempo libero mi imbarcavo a Milazzo sulla Luigi Rizzo che allora era l’unico traghetto e man mano scoprii prima Lipari poi le altre isole, Salina, Alicudi e Filicudi, Stromboli. Una volta ebbi anche un naufragio su un aliscafo: tornavo da Stromboli, era estate e c’erano tantissimi turisti, a Panarea avevano caricato molte persone per cui questo aliscafo cominciò a imbarcare acqua e quasi affonda, spararono i razzi per chiedere aiuto, arrivarono i pescherecci, ci portarono su questi pescherecci e poi ci abbandonarono su una spiaggia di Panarea tutti bagnati. L’indomani finalmente ho potuto raggiungere Lipari.
Un altro ricordo alle Eolie: nel ’62 ero lì e arrivò la colonia romana di Moravia, Pasolini con tutti i suoi ragazzetti e Dacia Maraini con la madre Topazia Alliata: io li vedevo, li osservavo, sapevo chi erano. Andavano a fare il bagno a Vulcano alle sabbie nere e io mi mettevo vicino ad ascoltare i loro discorsi. Un giorno sulla spiaggia dopo aver fatto il bagno mi sono seduto accanto a Moravia con nonchalance; Moravia era paralitico da una gamba e zoppicava. Arriva una persona che gli racconta che un subacqueo aveva raggiunto una profondità di non so quanti metri ed egli sentenziò “io mi contento di scendere nella profondità dell’animo umano”. Nasceva proprio quell’estate il nuovo amore fra lui e Dacia Maraini.
Al Centro Studi Eoliano ho avuto un incontro per l’anniversario del Constitutum, la costituzione democratica che si erano dati gli eoliani. C’era anche un altro personaggio
straordinario che ho frequentato a Lipari, Leonida Buongiorno, che mi raccontava le sue vicende personali e non. Leonida era una specie di memoria delle isole Eolie.
Ho conosciuto anche il prof. Iacolino, un altro studioso delle isole Eolie.
7. Che influsso ha secondo lei l’ambiente naturale delle isole Eolie, così particolare e così pieno di contrasti, sul destino degli uomini che vi abitano?
Pirandello dice che “noi siamo i primi 9 anni della nostra vita” nel senso che da quando nasciamo cominciamo a guardare questi segni esterni ce li portiamo dentro per tutta la vita, sia i segni visuali che i segni orali – questo lo dice anche Dante nel “De vulgari eloquentia”: noi impariamo la prima lingua, la lingua volgare, dalle persone che ci stanno intorno nei primi anni della nostra vita. Nascere in una grande città come Palermo, Catania o ad Agrigento dove è nato Pirandello o nascere alle Eolie è assolutamente diverso perché i segni sono diversi, per cui un eoliano ha un carattere diverso dall’abitante dell’isola grande. Per la vita così dura e aspra l’eoliano era un tipo parsimonioso e laborioso, sull’isola non c’era il latifondo quindi non c’era la mafia e quindi il lavoro per gli eoliani era senza nessun tipo di compromissione e di cedimento ai poteri. C’è un libro di un confinato politico a Lipari che racconta degli altri confinati: quelli che potevano affittavano una casa a Lipari, gli altri invece erano relegati nel castello, una sorta di prigione, però c’era molta solidarietà da parte degli eoliani, c’era aiuto nei confronti di questi confinati. Quindi gli eoliani erano anche persone generose. Oggi non so se è ancora così.
8. Che vantaggi potrebbero trarre i turisti di oggi dalla conoscenza della storia delle isole e della letteratura qui ambientata, come il suo romanzo?
Vedere un mondo “altro” anche primigenio, che cos’è la vita nella sua elementarità e nelle sue leggi fondamentali. I turisti spesso vengono dal nord industriale, da luoghi più abbienti e devono capire cosa significa vivere in una piccola isola. L’esempio della rivolta che c’è stata a Lampedusa per quelli che chiamano centri di accoglienza ma che sono dei veri e propri lager: i lampedusiani vivono anche loro di turismo ma non sopportano che la loro isola diventi un lager a cielo aperto, molti questi poveri infelici hanno anche perso la vita.
Se questi turisti che, approdando a Lipari, nelle isole Eolie leggessero prima e conoscessero i 5000 anni di storia che ha avuto soprattutto Lipari, la stratificazione di civiltà che c’è stata andando a vedere il museo che c’è a Lipari, capirebbero che luogo unico è, al di là del mare e del cielo.
9. Quali futuri sviluppi prevede della sua produzione letteraria, sia in ambito eoliano che non?
Sulle Eolie c’è anche il libretto “Isole dolci del Dio” uscito nel 2002 per le edizioni l’Obliquo, scritto per amore delle isole. Al momento sono impegnato a scrivere un’opera per Mondadori, alla conclusione della quale l’editore ristamperà tutta la mia produzione nella collana Meridiani. Dopo quest’ultima fatica, mi piacerebbe lasciare Milano e tornarmene finalmente nella mia amata Sicilia.
___
Riferimenti:
Vincenzo Consolo, L’OLIVO E L’OLIVASTRO, Mondadori 1994
Vincenzo Consolo, ISOLE DOLCI DEL DIO, L’obliquo 2002
Vincenzo Consolo, CONSTITUTUM: LIPARI E LE ISOLE EOLIE, Centro Studi Lipari 2006













