FUOCHI FIAMMANTI a un’hora di notte
BUR, 1998
“L’Isola un tempo era infestata dai pirati, dice Martino. E racconta che sulle sue alture esiste ancora oggi un sentiero che, superata una prominenza rocciosa, ’si arrampica fino ai piedi del Timpuni e Fimmini sul quale, proprio per la sua inaccessibilità, erano solite rifugiarsi le donne per sfuggire alle incursioni dei Saraceni’ (parole di un blasonato viaggiatore del secolo scorso).”
Questo l’incipit del romanzo di Ermanno Rea vincitore nel 1999 del premio Campiello, ambientato nell’isola di Alicudi - che sappiamo essere la “Piccola Isola” citata nelle sue pagine ma non nominata esplicitamente dall’autore - che da tempo non accende più i fuochi fiammanti per trasmettere i suoi segnali d’allarme e alla quale approda un giorno Martino, in cerca della madre scomparsa. Impostato in forma di giallo, questo romanzo è in realtà un viaggio alle radici della storia della nostra civiltà presenti, secondo un’antica e nobile tradizione letteraria, in un’isola contemporaneamente affascinante e terribile.
L’autore:Ermanno Rea è nato a Napoli nel 1927. Ha pubblicato: Il Po si racconta: uomini, donne, paesi, città di una Padania sconosciuta (1990), L’ultima lezione (1990), Mistero Napoletano (1995). Gentilmente l’autore ha accettato di rispondere alle nostre domande.
INTERVISTA A ERMANNO REA
Di Clara Raimondi
Roma, 14 maggio 2009
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1. Qual è il suo personale rapporto con l’arcipelago delle isole Eolie?
E’ un rapporto che inizia da molto lontano nei primissimi anni ’50 quando vivevo a Napoli; io e i miei amici più stretti frequentavamo l’isola di Ischia che era straordinariamente bella e tutte le estati andavamo lì, poi quest’isola ha cominciato ad avere un processo di crescita turistica eccessivo, sono arrivati i milanesi, lo sfruttamento delle risorse termali e come accade spesso questo gruppo di amici alla ricerca di luoghi integri decise di abbandonarla. Per la prima volta nel ‘55 il numeroso gruppo di cui facevo parte andò a Panarea dove c’era il dr. Cincotta che non potrò mai dimenticare che possiede un magnifico terrazzo sul mare e scoprimmo quest’isola straordinaria. Questa è stata la prima volta che ho messo piede nelle Eolie. Poi non posso dire di essere diventato un frequentatore abituale delle Eolie.
2. Cosa rappresenta l’isola in cui è ambientato il romanzo e come mai si è ispirato proprio ad Alicudi?
Parecchi decenni dopo (nel 1998 n.d.r.) io decisi di scrivere un libro – che poi si chiamerà “Fuochi fiammanti a un’hora di notte” – intorno a una figura materna un po’ evanescente e a suo figlio che vive a Parigi, non la trova più e improvvisamente si mette a cercarla. Ero alla ricerca di una situazione che ponesse una serie di problemi nel loro sfondo più mitologico: la figura della madre in quanto tale, la fuga in quanto tale, un posto remoto. Mi misi alla ricerca di un luogo dove ambientare questa storia che nella sua micro dimensione simboleggiasse la storia stessa del mondo, ne parlai con mio figlio che da alcuni anni frequentava Alicudi e lui mi segnalò quest’isola. Io andai prima per un sopralluogo, scelsi Alicudi come sede giusta e ci tornai d’inverno, prendendo alloggio lì e restandoci a lungo, molti mesi per cogliere la vita dell’isola. Questo perché Alicudi dopo non so quanti millenni di vita uguale a sé stessa, quasi di immobilità o quanto meno di reiterazione dei propri modelli, improvvisamente si è trasformata ed è diventata altro rispetto alla propria tradizione. E’ un’isola che in passato è stata coltivata intensamente, anche se è un cono, mentre ora la tradizione agricola è stata sacrificata sull’altare del turismo e quindi presenta una serie di aspetti che mi affascinano e si prestano per essere utilizzati in funzione di questa rappresentazione un po’ mitologica. Immagino che questa madre che fugge e che scompare possa essersi rifugiata in quest’isola perché a sua volta la figura stessa della madre è un po’ rappresentata dall’isola, l’isola finisce per diventare il simbolo stesso della madre. La scelta dell’isola è basata su una certa razionalità ma è anche frutto di opzioni di natura emotiva: è un’isola sperduta, selvaggia, piccolissima che ne ha viste di tutti i colori ma è sempre riuscita a vincere le sue battaglie anche di vera e propria sopravvivenza, ad avere un suo equilibrio.
3. Com’è nata l’idea di questo romanzo?
Quando si scrive c’è sempre qualcosa di autobiografico, poi l’elaborazione di porta altrove. C’è stato anche un mio interesse personale per l’antropologia e in particolare gli studi di genere. Ad esempio c’è una filosofa americana Judith Butler che fa degli studi di genere sul maschile e femminile che mi ha molto interessato. C’è un libro straordinario che consiglio di leggere (“Ginecocrazia” di Johann Bachofen, ed. Einaudi 1988) che racconta per esempio dell’isola greca di Lemno dove all’epoca della ricerca del vello d’oro le donne avevano ucciso tutti gli uomini e governavano l’isola. Bachoven descrive la “legge della madre” e dell’origine del matriarcato. Questo spiega l’origine del conflitto di potere fra uomini e donne. Il sentimento del materno è riferito non solo alla donna, ma appartiene anche al maschio e viceversa; quando dico che il materno è in crisi non mi riferisco solo alla donna ma al materno del mondo intero. In ciascuno di noi coesiste una soggettività femminile e maschile ma quella materna tende a scomparire e si scolora un po’ tutto a vantaggio di un sentire in cui tende a prevalere una sensibilità rivolta all’appagamento dei propri bisogni e alla competitività, al successo: siamo diventati consumatori non solo di beni ma anche di traguardi.
4. Che cosa rappresentano i “fuochi fiammanti” del titolo?
E’ un dato storico ricavato da una cronaca seicentesca: erano dei metodi di segnalazione dei pericoli usati nell’antichità al tempo dei pirati. Il fuoco fiammante in termini metaforici rappresenta la solidarietà: l’isoletta è sola, è nuda di fronte agli attacchi ma nello stesso tempo l’isola è solo apparentemente sola perché in realtà fa parte di un insieme diverso. Anche se è difficile comunicare trovano un modo: salgono sul cocuzzolo della montagna e si parlano tramite il fumo e il fuoco e questo è affascinante.
5. Qual è il messaggio profondo che ha voluto evidenziare con questa storia?
Quest’idea della scomparsa della madre voleva simboleggiare un cambiamento in atto nel mondo intero in cui luoghi tradizionali, figure consacrate da una cultura millenaria sono entrati in crisi. Questo è il senso ultimo del libro: è entrata in crisi l’impalcatura della nostra scheda culturale ad esempio il materno, il ruolo della madre e tante altre cose. Per la prima volta al mondo da millenni da che l’uomo abita la terra questa struttura culturale presenta delle crepe. Mi sembrava che l’isola di Alicudi avesse tutti i requisiti per prestarsi a questo tipo di rappresentazione. Ma questo è il modello ideale che avevo in testa. Per millenni questa è stata un’isola verde, coltivata in ogni millimetro e da un certo punto in poi hanno smesso di coltivarla, sta diventando un’altra cosa probabilmente un Club Méditerranée, un villaggio turistico o non so cos’altro. Ma se l’isola si trasforma cambiano anche i suoi abitanti, infatti Francesco vuole fuggire e anche i sentimenti subiscono una trasformazione. Io cerco attraverso il mio romanzo di cogliere non tanto il futuro ma la fase di cambiamento. Su un’isola che non viene più coltivata, dove i rapporti fra le persone mutano, non si sa che prospettiva avranno i rapporti tra uomo e donna. Tutto questo si materializza poi in personaggi reali, c’è una galleria di figure che sono solo parzialmente inventate ma che si ispirano alla realtà ma appartengono all’isola, sono personaggi reali. Quando questo libro è stato pubblicato ha vinto il premio Campiello e altri premi però fra i miei libri questo è quello che mi ha dato più tormenti e anche pentimenti nel senso che forse, anche per una certa genericità di concezione, mi pare un libro non risolto fino in fondo. Io l’ho sentito sempre come un libro un po’ “mancato”, tant’è vero che ho provato a riscriverlo proprio di recente, è una piccola confessione che non ho ancora mai fatto a nessuno, per quel che vale. Ma anche questo rifacimento, che è tuttora nel cassetto, non mi soddisfa.
6. Quali cambiamenti inserito nella nuova versione del romanzo che ha da poco riscritto?
Ho cercato di dare maggior senso a questa fuga della madre: la madre che fugge mi sembrava che nella prima stesura fosse un personaggio poco comprensibile, le sue ragioni erano poco percepite e restavano un po’ oscure. Ho cercato di dare maggiore spessore in questo senso: il maschile e il femminile sono i cosiddetti “generi” hanno un’importanza non tanto biologica e non tanto come una fissità di madre natura quanto una valenza di tipo storico-evoluzionistico. Il maschile e il femminile corrispondono più che altro a funzioni di comando e di subordinazione: la donna e il maschio ad un certo punto divergono il proprio cammino, l’uomo ha bisogno della violenza per affermare sé stesso e sopravvivere (in un mondo ancestrale). La cosiddetta “legge del padre” è la legge della forza e del comando. C’è una polarizzazione tra il maschile e il femminile, il padreterno crea Adamo ed Eva, la storia dell’umanità crea questa polarizzazione: nel femminile o materno si polarizza una soggettività aperta all’altro (la madre è colei che genera il terzo, quarto etc.) e simboleggia l’apertura mentre la soggettività del maschile è quella del comando, della caserma, della gerarchia. Gli sviluppi più recenti del mondo mettono in crisi questa soggettività femminile e materna. I generi diversi tendono a sbiadire a vantaggio di un unico genere che è quello del consumatore. Siamo tutti consumatori, nel maschio e nella femmina, nel giovane e nel vecchio e bruciamo sull’altare di questo nuovo modello un po’ tutta la nostra cultura passata. In questa seconda stesura del libro le vicende e i personaggi restano così come erano. Però la madre cerca di accendere i fuochi fiammanti lei stessa per avvertire il mondo, per richiamare l’attenzione del mondo intero su questo cambiamento epocale che sta avvenendo. Ora lo correggerò ulteriormente e poi non so se l’inverno prossimo deciderò di pubblicare questa nuova versione, che sarebbe il vecchio libro abbastanza integro nella sua vecchia veste (c’è un personaggio in più che non c’era nella prima versione, un antropologo amico della madre che muore all’inizio e vengono raccontate le sue idee anche ricavate dal diario della madre che appariva già nel vecchio libro). Se deciderò di pubblicarlo ci sarà senz’altro una presentazione al Centro Studi di Lipari.







